Via dei triestini

Cima dei Preti

Via  dei triestini

550 m  III

Ripetrizone  M. Dall'Argine - M. Bologna  27/07/2019

 

Per gli amanti della solitudine e degli arcani silenzi delle cime non sempre è necessario lasciarsi alle spalle migliaia di chilometri. Il Friuli occidentale, culla del parco naturale delle dolomiti friulane, è capace di donare una montagna che pare isolata e sospesa, selvaggia ed impervia, fatta di grandi paesaggi e grandi silenzi.

La cima dei Preti domina l’oltre Piave con i suoi 2706 m, terza cima più alta del Friuli e confine naturale con il Veneto. Nonostante offra diverse possibilità di salita, la via più conosciuta è quella dei triestini (Giorgio Brunner e compagni) che percorre da nord a sud l’affilata cresta della montagna. Seppur la non eccessiva difficoltà tecnica di salita e la grande logicità dell’itinerario, la salita richiede un impegno fisico “fuori dal comune” (Zorzi E., Piovan C., D’Eredità S.; Quarto grado e più: Friuli occidentale; ed. Idea montagna 2011) ed una solida preparazione alpinistica.

Ho sentito di questa cresta affilata innumerevoli volte. Dalle fotografie pare rubata alla superficie lunare: un calcare argenteo luminosissimo che sembra stagliarsi direttamente dai prati ad est ed ovest (prati che tra l’altro si intravedono sotto i piedi nei passaggi più esposti).

Nel mese di luglio del 2019, durante una serata a Barcola, propongo la salita a Mauretto consapevole che, come me, amasse anche proposte alternative alle vie classiche in piena parete verticale. Per dei neofiti come noi è sicuramente fondamentale sviluppare il fiuto per la montagna in luoghi anche “intonsi”, che lasciano alla propria discrezione la scelta della tecnica di progressione e conseguentemente la scelta della velocità con la quale “scivolare” sulla roccia. Lui è entusiasta, amante dell’esplorazione e consapevole dei propri mezzi (sicuramente più di quanto lo sia io) ed è eccitato all’idea di sperimentare una lunga traversata su cresta.

Il piano era questo: partire il pomeriggio del 26 luglio in direzione Val Cimoliana, salire i circa 1000 m di dislivello che ci separano dalla casera Laghet de sora (ricovero nel quale avremmo passato la notte) e l’indomani salire verso il foro del tridente, attacco della via dei triestini. Appena saliti sul “doblò” di Mauretto esprimo la mia preoccupazione circa le previsioni meteorologiche non incoraggianti: forse saremmo stati costretti a rinunciare? Considerando poi l’orizzontalità della via, questa non ci avrebbe consentito una ritirata strategica ai suoi lati se le cose si fossero messe male. Aggiungiamo poi, che probabilmente saremmo dovuti salire al bivacco sotto la pioggia. Con ritrovata serenità, decidiamo che l’indomani avremmo attaccato solo se le condizioni lo avessero permesso.

In autostrada ci rendiamo conto che guidiamo verso la tempesta: l’orizzonte è scuro e sentiamo lontani dei tuoni minacciosi. Mauretto, evidentemente grande amante dei temporali è estasiato e non smette di esprimere il suo entusiasmo per lo spettacolo naturale.

Arrivati in Val Cimoliana piove alla grande ed è molto tardi, le 21 passate. Appena sentiamo un accenno di tregua ci lanciamo verso il torrente e presto, nel bosco, saremmo stati al riparo. Saliamo con le frontali e teniamo un ritmo deciso e costante fino alla casera. Alla Laghet de sora c’ero già stato, ma mai ho percorso in così breve tempo un itinerario che ricordavo essere lungo e faticoso. Abbiamo gli scarponi fradici e prima di coricarci cerchiamo di asciugarli quanto basta utilizzando il fornelletto.

La mattina una breve colazione, una firma sul librone e con lo stesso brio della nottata precedente saliamo lungo i pascoli della pala anziana in direzione del foro che è di fatto un buco nella cresta e rappresenta l’accesso alla via.

Respiriamo un’aria diversa da quella delle scalate sul ciglio della strada: la pala anziana è contenitore non solo di svariate brulicanti forme di vita, ma anche di una lontana saggezza che dispensa, ai pochi che l’ascoltano, consigli utili, indicazioni fatte di fruscii, ronzii e sussurri.

Usciamo spesso dal sentiero in direzione dell’ormai visibile attacco ed il meteo è decisamente a nostro favore. Non solo: siamo in anticipo sulla tabella di marcia. Faccio lunghi sospiri che allarmano Mauretto: “cos’ te ga? Tuto ben?”. Lo rincuoro facendo però caso a questo mio inconsapevole tic: effettivamente sospiro spesso. Che io possieda un animo malinconico? Quei miei sospiri sarebbero di lì a poco diventati il simpatico scherno di Mauretto nei miei confronti.

Oltre al foro dedichiamo pochi minuti alla vestizione e cominciamo a muoverci lungo la cresta. Come spesso accadrà lungo la via, a sinistra apprezziamo delle placconate argentate che precipitano in val del Drap, a destra il vuoto. La via dei triestini non avrebbe bisogno di una relazione dettagliata in quanto segue il filo della cresta nord dal tridente alla cima. Due sono i passaggi più delicati: una quarantina di metri abbastanza verticali ed il passaggio in traverso sotto il tetto triangolare che difende l’ultima affilatissima porzione di cresta. Se questi due passaggi sono indubbiamente da farsi in cordata, il resto della via va affrontato da slegati, ricorrendo eventualmente a qualche tratto in conserva corta o media. Salgo io il tratto verticale, alla base del quale rinveniamo un chiodo. La roccia è decisamente buona e proteggibile lungo il tratto e l’arrampicata non supera il III grado. In generale, la difficoltà della via dei triestini risiede nell’orizzontalità della salita: ogni volta che la cordata si ricongiunge ricomincia la cavalcata lungo il filo tenendosi preferibilmente sul versante “placconato” per evitare di essere troppo esposti al vuoto del versante opposto.

Procediamo slegati fino al passaggio del tetto triangolare che affronta Mauretto. In piena esposizione si sale il tratto che conduce al tetto, qui si traversa a sinistra per roccia rotta in un passaggio che, a parer nostro, potrebbe essere un IV grado. Da questo punto in poi è facile sfuggire al filo della cresta, ma ci si torna per forza (e pure con qualche difficoltà) per giungere ad un passaggio delicatissimo che ricordo abbiamo affrontato a cavalcioni. Nel superare quella riga di roccia con uno stile così atipico, ricordo ci siamo guardati e siamo scoppiati a ridere. L’abbiamo fatto sia in risposta all’assurdità di quella tecnica stravagante che per sottolineare umoristicamente quanto fossimo in alto in quel momento. Prima della vetta, a parte l’onnipresente monte Duranno, abbiamo persino apprezzato la cuspide lontana del campanile di Montanaia. In cima, ci rendiamo conto di aver bruciato notevolmente i tempi di percorrenza ed il meteo è perfetto; così ci concediamo una rapida contemplazione di quello che ci circonda consapevoli che il tempo sarebbe presto cambiato. Si alza un vento vigoroso che rompe il silenzio e ce lo godiamo tutto. Lasciamo lavi via le preoccupazioni, le paure e le costrizioni del quotidiano che poco o tanto attanagliano chiunque. Riconosciamo montagne e vallate attorno a noi e in alto come siamo le possiamo stringere nelle mani. Siamo estremamente grati a questo spettacolo. Queste sensazioni sono ben note a chiunque, nella fama o nell’anonimato, principiante o esperto, ami le montagne.

Lungo cadini ghiaiosi e nevai scendiamo i quasi 2000 m di dislivello osservando lentamente le nuvole coprire la cima. Raggiungiamo la prima vegetazione che comincia timidamente a piovere: abbiamo incastrato la salita nel giusto intervallo temporale. Giunti in val Cimoliana ci voltiamo verso la cima lontana ancora coperta dalle nubi.

Le danze finiscono davanti all’ormai rituale birra grande a Cimolais tra LE chiacchiere e la malinconia di chi l’indomani torna alla quotidianità.

 

                                                                                                                                                                Mauro Dall’Argine