Patagonia - Aguja Guillaumet

Ormai non posso tornare indietro, né pensare di volare, l’ultima protezione, un friend, nel mio “furore” di questo tratto impegnativo, nemmeno capisco quanto distante sia e tantomeno so se terrebbe un volo. Non c’è ombra di ghiaccio né di neve e il passaggio davanti a me, su roccia, dove mi trovo con ramponi e picozze è proprio aleatorio, ormai sono in gioco e devo restare concentrato, ma dentro di me passano in una frazione di secondo mille pensieri... Il mio essere mi dice “ma chi cazzo te l’ha fatto fare di metterti in questa situazione di merda? Ma non stavi bene a casa con la tua fantastica morosa Jessica? E il tuo bellissimo bambino Sean?  Se ti succedesse qualcosa?” Dall’altra il mio ego che mi dice “vai che sei forte, fallo perché così gli altri ti ammireranno, non puoi sfigurare con il tuo compagno Silvio”, e una sequenza di altre stronzate del genere... E così vado, parto per un tratto non tanto duro ma veramente aleatorio e sprotetto e in una sequenza che, allucinato come ero, ora nemmeno ricordo. Arrivo nuovamente sul tratto di neve in uscita dal tiro, uauhh è fatta. “Una passeggiata per te Stefano! Hai visto che forte che sei?” mi dice il mio ego. Mah? Ormai bisogna uscire dalla via e cerco di godermi l’attimo, ed essere consapevole del posto stupendo e della via fantastica. Già in sosta, sotto a questo ultimo tiro avevo capito che non sarebbe stata una passeggiata.

Oggi sole pieno, 13 ° all’ombra, caldo quasi da prendere il sole, una differenza di 28 ° con la via Amy-Vidailhet da noi fatta la settimana prima con -15 °, sicuramente non la temperatura ideale per affrontare questa via. Il ghiaccio si è sciolto e la neve, ha una tenuta scarsa, il livello della neve rispetto a quando viene salita in condizioni ideali è circa un metro in meno e l’ultimo tiro diventa decisamente più serio e impegnativo, salendo su terreno decisamente più strapiombante e tra rocce marce e bagnate, con una quintalata di materiale addosso, chiodi da ghiaccio, doppia serie di friend, nut, moschettoni, cordini vari ecc., oltre allo zaino personale, con mangiare, vestire, bere, ecc.

Silvio Silich e Stefano Figliolia stanno affrontando una via di misto in Patagonia sull’Aguja Guillaumet nel gruppo del Fitz Roy, sulla via Coqueugniot-Guillot 250 m 70°, M4 e poi una volta salita questa vogliono raccordarsi sulla parte finale della Comesaña-Fonrouge 400 m 6b+ 30° il tutto partendo dal loro campo Base a Piedra Negra per circa 1.100 m di dislivello e 22 ore complessive da campo base a campo base.

Arrivo fuori dal tiro e alla conclusione della via recupero il prode Silvio che, sbuffando e un po’ stravolto, esce anche lui. Fatta sì, ma ora qua parte il raccordo per la via di roccia Comesaña-Fonrouge per arrivare in cima. Ci togliamo la roba da ghiaccio che in parte depositiamo e partiamo per il tiro chiave della via che avevo già affrontato la settimana precedente quando avevamo fatto la via Amy- Vidailhet. Teoricamente un 5° grado che normalmente dovrei fare “correndo” ma avendolo già fatto, anche a vista, la settimana precedente con gli scarponi da alta montagna, roccia bagnata a tratti e con alcune prese “innevate”, freddo intenso, dovendolo proteggere integralmente, non era stata una passeggiata, in quelle condizioni l’avevo valutato 6c. Ora le condizioni pero sono ideali, e ho portato le scarpette da arrampicata. Procedo via più veloce anche se il tiro non è banale (6b?) e mentre salgo mi chiedo chi sia quel c……. che ha valutato 5° questo tiro (anche se era scritto di non aspettarci qua in Patagonia i gradi Europei, ma gradi decisamente più duri, e che avevamo scoperto che buona parte delle cordate segue una variante parallela più facile), Silvio mi segue salendo con i jumar. Sopra roccia più semplice ma non banale. Usciamo dalla roccia e dobbiamo rimetterci gli scarponi, e poi più in alto ramponi e picozza per salire il pezzo terminale, poi nuovamente ultimo tiro di roccia. Penso a quante volte abbiamo cambiato assetto dal campo base: 1)partenza con gli scarponi 2) nevaio a 45 ° e roccia con ramponi e picozza 3) tiro di roccia con verglas con sicura 4) cascatina in piolet con 2 piccozze e ramponi 5) roccette con scarponi 6) ghiacciaio con crepacci dove procediamo in conserva 7) via di misto con scarponi e piccozze 8) via di roccia in scarpette 9) tratto sommitale di roccia facile, dove facciamo un tiro con scarponi 10) nevaio sommitale con piccozza e ramponi 11) ultimo tiro di roccia in scarponi. Uff, quasi un lavoro.

Arriviamo in cima, siamo entrambi discretamente stanchi, ma visto che ormai è tardi e sta montando il vento e vorremo fare le doppie prima del buio (che qua in Patagonia ora arriva verso le 22), dobbiamo iniziare già a scendere. Decidiamo, per velocizzare, di scendere fino alle doppie su roccia slegati, inizia a scendere Silvio io seguo:

 “AHHHH, AIUTO” ad un certo punto mi scivola un rampone e precipito a valle verso il precipizio sottostante per qualche centinaio di metri senza possibilità di fermarmi..., ah no, per fortuna era sempre la mia mente che mi fa immaginare questo bel epilogo, ma invece sono ancora qua nella realtà. Nella realtà che si va via via a far più interessante con un incastro della corda durante una doppia in discesa, una ventina di metri sotto a me in uno strapiombo orripilante in traverso dove non ho nessuna voglia di provare a calarmi per poi dover risalire con i Prusik, ingaggio una battaglia “all’ultima energia rimasta” e incredibilmente la corda si disincastra e riusciamo a proseguire.

La spedizione in Patagonia del gruppo GARS (Gruppo Alpinisti Rocciatori Sciatori) della nostra sezione era stata progettata in occasione della ricorrenza del novantesimo anno della fondazione del GARS che è il gruppo degli alpinisti di punta dell'Alpina fondato da Emilio Comici nel 1929. Si è svolta dal 3 al 22 gennaio 2019. Inizialmente doveva essere composta da 7 soci del GARS ma per una serie di defezioni degli stessi, i "superstiti" sono stati solo due, Silvio Silich e Stefano Figliolia.

Silich, guardia forestale, è il direttore della scuola nazionale di alpinismo Emilio Comici dell'Alpina e vanta spedizioni nel gruppo dell'Annapurna, Hoggar algerino, e un curriculum di oltre 40 anni di alpinismo sulle più grandi vie classiche e non dell'arco alpino.

Figliolia istruttore della stessa scuola diretta da Silich, economista e investitore finanziario e immobiliare, oltre a precedenti spedizioni internazionali di kayak estremo sui principali fiumi del mondo, dal punto di vista alpinistico ha nel suo bagaglio una precedente spedizione in Patagonia e altre in Canada, Marocco, Thailandia e vanta alcune aperture e prime ripetizioni di cascate di ghiaccio e vie di misto e circa 20 anni di salite in montagna.

La spedizione, pur con i problemi logistici di trasportare in due senza portatori ai campi base previsti tutto il materiale logistico e alpinistico per più giorni e non avendo troppa fortuna con il meteo, infatti nel primo campo base su sei giorni ha avuto un unico giorno di finestra di bel tempo, è comunque riuscita. Sono state salite la via Amy-Vidailhet 65° 5 M sull' Aguja Guillaumet (2580 m) nel gruppo del Fitz Roy, con un dislivello complessivo per arrivare all'attacco di quasi 1800 m. Silvio e Stefano, una volta ritornati al campo base, nella notte sono stati sorpresi da una bufera con nevicata e vento con raffiche a circa 150 km/h che hanno divelto l'abside della tenda d'alta quota portando via anche il casco di Figliolia. Ritornati al paese di El Chalten, Silvio e Stefano, sono riusciti poi a sfruttare una seconda finestra di bel tempo, raggiungendo prima il rifugio Piedra del Fraile e poi il campo base di Piedra Negra, per fare il giorno successivo un'altra via di misto qua sopra in parte descritta, la Coqueugniot-Guillot con raccordo con la via Comesaña-Fonrouge 70° 5° M4 per raggiungere la cima e far ritorno al campo base in 22 ore.

                                                                                      Stefano Figliolia