Canalone Findenegg

Jof di Montasio

Canalone Findenegg 

Ripetizione M. Dall'Argine G. Lagnese 19/02/2022

 

Parlare di questa salita come di un’autentica invernale mi sembra poco sincero. Seppur ad un giorno dall’equinozio di primavera l’ambiente del Montasio sembra già aderire ampiamente alla nuova stagione: la parete sud è nuda e i suoi piani erbosi, macchiati dalla neve dura, consentono un accesso facile alla forca dei Disteis (dove comincia la via Findenegg). Arriviamo il 18 febbraio notte a Sella Nevea e con gli zainoni in spalla cominciamo a salire lungo la strada forestale. Soffia un vento gelido e la neve, illuminata da una stupenda luna piena, ci regala un cammino luminoso senza torce frontali. Attorno alle 22.00 eccoci sui piani del Montasio ed ecco una montagna d’argento spazzata a fondo dal vento, e che vento! L’entusiasmo cala. Sono stanco da una lunga giornata di lavoro, penso tra me e me che con un vento del genere ben poco avremmo potuto fare lassù e nel cercare un posto per la tenda sprofondo fino al bacino in un mare di neve accumulata. Non resta che armarsi di voglia di fare e scovare un buon posto riparato dove piantare quello straccio che Gianluca chiama tenda. La montiamo in mezzo agli alberi direttamente sopra il manto nevoso, materasso più comodo di quanto si possa pensare purché il campeggiatore sia adeguatamente isolato termicamente. Noi non lo siamo, o meglio, il saccopelo di Gianluca è decisamente di basso livello e così decidiamo di usarlo come fosse un lenzuolo sul pavimento per poi coprirci con il mio saccopelo, gonfio rivestimento ereditato dal mio papà. La schiena comincia a raffreddarsi e dormire sembra impossibile: “dovremmo dormire sul fianco così da offrire meno superficie al suolo” dice Gianluca. Così facciamo e dopo qualche minuto è il fianco ora a congelarsi. Mi tocco la spalla e noto inorridito che è completamente bagnata. Il nostro calore sembra aver fuso la neve sottostante e l’acqua è penetrata nella tenda. Troviamo così una soluzione nel telo termico, oggetto indispensabile che purtroppo si trova nello zaino fuori e verrà da noi adagiato sul pavimento della tenda con lo scopo di isolarci dalla neve. La situazione migliora e nuovamente sul fianco proviamo ad addormentarci. Il freddo continua però ad essere penetrante e, inevitabilmente e senza vergogna, ci avviciniamo l’un l’altro fin praticamente ad abbracciarci ed a scaldarci col fiato.

Una parentesi così lunga su un argomento così apparentemente irrilevante, vuole farmi riflettere su come l’avventura che ci offre la montagna cancelli qualsiasi forma di imbarazzo e stimoli quell’essere un po’ più animali di cui, a parer mio, tutti abbisogniamo.

La sveglia suona alle 4.30 e ci mettiamo immediatamente in ginocchio ad alleviare la sensazione di freddo al busto. Tremiamo così forte che preparare il thè sembra un’impresa. Usciamo alle 5 e lasciati gli oggetti inutili in tenda cominciamo la cavalcata verso la forca dei Disteis ancora al buio, senza più il vento e senza sprofondare nella neve. L’umore cambia. Alle prime luci dell’alba poi, ecco il Canin ed il Montasio coprirsi di un manto rosa e rivelarsi ai nostri occhi le belle montagne che sono. Arrivati alla Disteis ci lasciamo un momento stregare dagli abissi ovest: un salto nel vuoto di un migliaio di metri che fa intendere come la parete sud, per quanto estetica possa essere, non renda giustizia all’imponenza del Montasio. Una montagna misteriosa fatta di labirintiche, altissime e silenti pareti; contenitore di una saggezza arcana ed un indiscutibile e terribile fascino. Si pensi ai nomi che aleggiano su di essa: la cresta dei draghi, le cenge del walhalla.

Percorriamo la cresta in direzione della via normale e giunti al “bivio” tagliamo senza possibilità d’errore verso sinistra. Se si punta all’evidente torre dei Disteis (attorno alla quale scorre la via Findenegg) è molto semplice intuire anche senza la presenza di traccia e riferimenti dove salga la via. Un semplice sistema di gradoni ci porta rapidamente ad un passaggio con corda fissa e poco dopo si aggira la torre dei Disteis per prendere la grande cengia che solca la parete sud-ovest e giunge al celebre bivacco Suringar. La cengia alterna ghiaie a nevai. Non ci leghiamo e affrontiamo con cautela alcuni passaggi esposti su una neve di prima qualità (dura e compatta) muovendo gli arti uno alla volta: prima la piccozza, poi una ramponata a sinistra, poi l’altra piccozza, poi l’altro piede. Scivoliamo veloci lungo la cengia sino ad un’evidente indicazione che segna “Suringar” poco avanti e “cima” verso destra. A questo punto, forti del fatto che conoscevamo l’aspetto del canalone Findenegg, cominciamo una lunga traversata in diagonale destra fino all’ampia base di quest’ultimo che appare freddo, scuro ma piuttosto breve. Qui cominciamo a salire mordendo la neve dura che si alterna addirittura ad alcuni brevi passaggi su ghiaccio: condizioni libidinose. Sembra quasi la montagna ci stia accogliendo nel suo grembo e, per quanto mi riguarda, i pensieri sono tutti positivi e orientati verso l’alto. Mi ripeterò più volte: “non vorrei essere da nessun’altra parte al mondo se non qui in questo momento”. Mi spingo un po’ troppo in alto e noto che i salti di roccia si fanno sempre più ripidi e spogli di neve. Così, dopo essere sceso un po’ di metri e raggiunto Gianluca, decidiamo di traversare a sinistra verso quello che pare essere un crinale arrotondato e spianato, probabilmente accesso all’ultima parte della via Findenegg lungo la cresta. Usciti a sinistra del canale e abbattutasi la verticalità, montiamo su un belvedere grandioso in direzione nord e qui vediamo la vertiginosa porzione di cresta da scalare. Più in basso, in tutte le direzioni, nuvole a contornare le cime. Ci fermiamo un momento e decidiamo senza indugio di legarci per affrontare quella che sembra una vera e propria scalata di misto sul filo del rasoio. Con una conserva lunga parto e scalo le rocce della cresta alternando piccozza sulla neve e mano sulla roccia. Proteggibilità garantita a friends e nuts. Recupero Gianluca su un grosso friend prima di superare un delicatissimo spancio dove abbiamo ricorso addirittura all’assicurazione in cordata. Mi ritrovo sulla cresta innevata finale e scorgo la croce di vetta. Qui le cornici si fanno piuttosto sporgenti e con massima attenzione mi muovo in direzione della cima dove, direttamente sul braccio della croce, recupero Gianluca con un mezzo barcaiolo. Ci diamo la mano e ci sediamo sopra una notte difficile e sopra le fatiche della scalata grati di godere dall’alto del regno del Montasio. Il Canin si è fatto quasi lucido sotto la luce del sole, le Giulie ci guardano dal basso e lontano ci salutano anche il Pelmo e l’Antelao. “Non vorrei essere da nessun’altra parte al mondo se non qui in questo momento”. Come spesso mi accade mi si inumidiscono gli occhi e Gianluca, col suo accento lazio-campano, li asciuga dicendo: “Aò, non è che sei emozionato, è la quota che nun te fa capì più un cazzo”.

Stiamo in silenzio un po’, poi estraggo il libro di vetta che è completamente distrutto dalle intemperie di una stagione comunque povera di grandi nevicate. Su un angolino sperduto nel mare di carta scrivo “19/03/22 Maurin e Gianluca, C.A.I. S.A.G.” per lasciare un segno impalpabile su una cima che nemmeno sa che esistiamo ma che oggi ha deciso di farci salire e immergerci nella sua bellezza.

Decidiamo di non legarci lungo la cresta della normale notando anche una provvidenziale traccia profonda e consolidata. Qui in realtà più di un passaggio ci ha dato da pensare considerando anche la stabilità precaria della neve nei tratti più affilati di cresta. Giunti in prossimità della forca verde, a sinistra notiamo l’ennesimo misterioso abisso mentre a destra la via attrezzata e la prima porzione di scala “Pipan”. Scendiamo e improvvisata una longe ci caliamo spediti lungo i gradini sino al plateau nevoso in mezzo alla parete sud. Perdiamo quota rapidamente sciando sui ramponi sino ad uno scivolo che ci porta direttamente sotto la forca dei Disteis dove notiamo alcuni sci alpinisti “s-pellare” e prepararsi a una discesa di sci d’erba. In realtà la neve che c’è sembra cotta ma sciabilissima (considerati anche i versi di piacere prodotti dagli sciatori). Noi invece ci prepariamo a scendere a piedi lasciandoci la parete sud alle spalle sino a quando la pendenza spiana e i piani del Montasio diventano un campo minato in cui sprofondare con cadenza quasi periodica sino al bacino. Ridiamo ma dentro di noi siamo furibondi: è frustrante vedere il sentiero a pochi metri e non riuscire a raggiungerlo.

Giunti alla tenda prepariamo subito un thè caldo. Siamo sudati ed ora siamo all’ombra. Il cielo si è scurito così Gianluca comincia su mia richiesta a spiegarmi scientificamente perché le nuvole scure siano tali ai nostri sensi. Si alza il vento e comincio a tremare. Il thè caldo sembra la cosa più buona che ci sia, lo sorseggiamo piano seduti su scomode pietre affioranti: non vorrei essere da nessun’altra parte al mondo se non qui in questo momento.

                               Mauro Dall'Argine